Chiesa di Santo Stefano
e Santa Libera



La Chiesa in stile romanico domina la vallata del Tanaro fino ad Asti. Per chi vi sale, nelle limpide giornate estive, la vista si allarga alle colline del Monferrato e alle Alpi, dal Monviso al monte Rosa. La vegetazione che cresce sulle pendici del bricco, nasconde la vista del piccolo edificio sacro, che vanta una storia antichissima. L’area sulla quale sorge è stata caratterizzata da un’attività abitativa, sociale e di culto anteriore a quella del paese stesso, il cui nucleo insediativo più antico sorgeva sullo sperone collinoso verso il Tanaro, dove oggi si trova il cimitero. Un diploma di Enrico III del 1041 cita la chiesa di Santo Stefano tra i possedimenti del Vescovo vassallo imperiale: in esso si dice che l’edificio sorge, circondato da fitte selve, in un piccolo villaggio fuori le mura del castello fortificato della Rocca.
Un’antica leggenda vuole che la chiesa romanica di Santo Stefano e Santa Libera sia la più antica costruzione della zona, dopo la città di Asti, e racconta che la sua edificazione avvenne per opera di un crociato rocchese di nome Defendente. Questi, prima di partire per la Terra Santa, aveva promesso che se fosse tornato vivo avrebbe costruito una chiesa e vi avrebbe trascorso il resto della vita in eremitaggio. La preghiera fu accolta e Defendente fece costruire una cappella, la cui abside semicircolare con 12 finestre, come 12 sono gli apostoli di Cristo, ricordava nella fantasia popolare un’antica costruzione dove ci si recava a guarire con l’acqua di una fonte.
Ma le leggende che circolano sulla chiesa sono molte. Ancora a proposito di Defendente si credeva che fosse stato sepolto nell’abside e che il suo sepolcro celasse un passaggio sotterraneo che collegava la chiesa al castello della Rocca. Dal testo del De Canis la verità fa capolino: pare infatti che il livello dell’abside sia rimasto quello d’epoca romanica, mentre nel resto dell’edificio si sia rialzato, forse per una frana a cui il pavimento dell’abside sarebbe rimasto immune. O forse per la volontà degli uomini di mantenere intoccata la tomba del santo. Ma i riscontri con la realtà non finiscono qui! In corrispondenza dell’ultimo gradino del presbiterio si trovano tre grossi mattoni rettangolari, forse d’epoca romana, che sembrano indicare l’ingresso di una cripta. Ancora una volta, però, la documentazione storica ci soccorre. Nel 1669, durante i lavori di rifacimento del pavimento, vennero alla luce ossa e crani umani, che testimoniarono dell’utilizzo dell’edificio come lazzaretto durante la pestilenza. Di qui si spiega l’esistenza di un sotterraneo adibito a cripta. La chiesa tornò all’antica funzione di lazzaretto alla fine dell’800 con la diffusione del colera. La leggenda popolare narra che l’edificio costruito da Defendente sorse sulle rovine di un piccolo tempio, nato in ricordo del miracolo di Santa Libera, avvenuto mille anni prima. La donna a cui la lebbra aveva roso le mani, per salvare i figli caduti in una fonte, seguì una voce che le disse di stendere nell’acqua gli arti che ridiventarono mani forti e sane. Di Libera non c’è menzione nel calendario liturgico, ma il culto popolare forzò la chiesa locale a celebrarla. Fino a 50 anni fa era diffusa, anche all’estero (in Germania e Svizzera), la credenza che la Santa guarisse i bambini dalla crosta lattea ed erano numerosissime la madri che le chiedevano la grazia. Sulle pareti della chiesa sono esposti numerosi ex voto, cuffiette e camicine da neonato, come ringraziamenti. All’interno della chiesa, sopra l’altare ligneo, è visibile l’affresco di Santo Stefano, a cui fu dedicato l’edificio dopo la peste del seicento. Stefano con Genesio divenne poi il patrono del paese. I dipinti e gli affreschi sono datati fra l’XIII e il XIX secolo. Una storia non provata da documenti, l’ennesima leggenda, ipotizza la creazione di un ciclo di affreschi ancora più antichi (1240), voluti dall’abate del monastero di san Bartolomeo del vicino paese di Azzano.

Oggi la chiesa ritrova nel vino di queste colline una fonte di vita. Infatti parte dei lavori di restauro dell'edificio sacro sono finanziati dalla Cantina Sociale di Rocca d'Arazzo che vi contribuisce con una parte del ricavato delle vendite del "barbera Santo Stefano", così battezzato in onore del santo, per saperne di più su questo vino clicca qui.


prospetto sud



L'abside della chiesa



l'altare con l’affresco di Santo Stefano